Natale una volta
Nel lontano dicembre del 1932 una giovane maestra di ventuno anni tornava al suo paese natìo, Fiastra, piccola frazione immersa in una vallata dei Monti Sibillini, per trascorrere le vacanze natalizie con la sua famiglia.
Era stata lontana per qualche mese, avendo svolto il suo incarico in una cittadina umbra, non lontana dal confine marchigiano e, dopo aver salutato i suoi alunni e assegnato loro i consueti compiti delle vacanze, partiva con una certa premura, con i mezzi disponibili allora, per raggiungere Fiastra in tempo per la Vigilia.

La giovane maestra Iride, questo il suo nome, aveva portato con sé il giornale scolastico, una sorta di diario di bordo in cui quotidianamente annotava le attività svolte, i progressi dei bambini e i fatti più importanti della giornata. In questo giornale, alla data del 24 dicembre, Iride ci tramanda uno spaccato di vita del suo paese: “Quant’è dolce il Natale in un paese di montagna! Nel mio paese! Davanti alla fiamma del ceppo tradizionale, nell’intimità dolce e cara della famiglia, mentre fuori la natura è bianca e dal cielo cadono senza interruzione larghi fiocchi di neve. Si veglia a lungo, si lascia il fuoco acceso mentre il cuore batte nella dolce aspettativa: verrà il Bambino Gesù a scaldarsi alla nostra fiamma, a benedire la casa, i nostri cuori! Il progresso, che con la sua ala travolgente modifica e trasforma tutto, non contaminerà, ne sono certa, il Natale del mio paese, com’era cent’anni fa, come quest’anno, come mi auguro per l’avvenire.
La neve sarà tanta da isolarci dai centri vicini, da farci vivere senza rumori, risorti nel mistero della fede e della pace. I giovani del mio paese, sciatori appassionati, lasciano, in questo giorno gli sci e le racchette. Oggi è Natale, dicono con devozione. Questo giorno santo deve trascorrersi come lo trascorsero i nostri nonni. Bello è il progresso e la civiltà ma, attraverso il mondo che evolve, acquista valore la tradizione e l’anima ama ritornarcisi tanto in tanto per sentire la pace, per prendere vigore nuovo necessario alla vita presente, di febbrile ascesa verso la perfezione, alla vita dinamica, come viene definita. Io mi sono tuffata con tutta l’anima nell’aura primitiva e buona del Natale, per attingere nuova forza e per scaldarmi il cuore…”.
Così veniva descritto il Natale di una volta, come se lo ricordano i meno giovani, caratterizzato da vera autenticità, da attesa, con una forte enfasi sulla famiglia e sui riti casalinghi: gustare dolci fatti in casa, addobbare l’Albero e allestire il Presepe con statuine tramandate, giocare a tombola con i parenti, stare davanti al fuoco acceso, un Natale con poche gioie materiali, ma con una gioia maggiore scaturita dallo stare insieme.
A tutti voi auguro un Natale con pochi regali ma con tutti gli ideali realizzati” Alda Merini.
Molti rimpiangono quell’atmosfera e quella spontaneità che oggi sembra difficile da ritrovare, come appare difficile ritrovare parole vere e presenza reale.
Si corre con frenesia, si fanno tanti regali, talvolta l’ipocrisia prende il posto della sincerità e della generosità, il Natale e l’Avvento si vivono ormai all’insegna del consumismo e pèrdono, così, il loro vero significato.
Nonostante la nostalgia della magica atmosfera degli anni trascorsi, forse è ancora possibile ritrovare momenti di gioia e affetto in questo periodo di attesa, seppur concitato, andrebbe riportato alla luce lo stesso spirito che animava il pastore Benedikt, protagonista del noto romanzo di Gunnarsson Il pastore d’Islanda, il quale tutti gli anni, in occasione dell’Avvento, compiva una missione particolare: si metteva in cammino per portare in salvo le pecore smarrite tra i monti, sfuggite ai raduni autunnali, per riconsegnarle ai loro proprietari.
Malgrado i rischi della sua missione, Benedikt si metteva al servizio della comunità, aiutato dai suoi due amici più fedeli: il cane Leò e il montone Roccia, terzetto denominato la Santa Trinità dagli abitanti del paese. L’avventura di Benedikt si trasforma in una parabola universale: egli svolge un compito a cui non può sottrarsi per ritrovare la dimensione umana dell’esistenza, la parola Avvento è per lui la più familiare di tutte, anche se non ne conosce il preciso significato ma “ c’era in ogni caso l’attesa, la speranza, la preparazione- questo lo capiva.
Perché cos’era la sua vita, la vita degli uomini sulla terra, se non un servizio imperfetto che tuttavia è sostenuto dall’attesa, dalla speranza e dalla preparazione?”. Oggi il Natale può essere festeggiato in tanti modi, ognuno di noi ne ha uno tutto suo, sicuramente non tornerà più l’atmosfera natalizia della maestra Iride e del pastore Benedikt, ma il “Natale di una volta” rimarrà, per chi lo ha vissuto, un ricordo prezioso mentre, per coloro che ne hanno sentito il racconto, un’occasione di intima e dolce riflessione.






