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Paese che vai, superstizioni che trovi

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Chi non è più tanto giovane ricorderà la frase scaramantica recitata dal grande Peppino de Filippo, nelle vesti di Pappagone, per scacciare il malocchio:“Aglie, fravaglie, fattura ca nun quaglie…”, il cui significato risale ad una antica credenza popolare che attribuiva magici poteri all’aglio e agli auspici propiziatori dei piccoli pesci (fravaglie), simbolo di abbondanza.

Specchio in frantumi

In Finlandia si sta attenti ai ragni, poiché schiacciarne uno significherebbe provocare maltempo, per poi essere costretti a girare sempre con l’ombrello. Anche in Qatar i ragni godono di un certa protezione e ucciderne uno porterebbe sfortuna per il resto della vita: infatti vige la credenza che questo aracnide abbia il potere di controllare le vicende della vita e sia addirittura in grado di estinguere gli incendi nelle case. I ragazzi vietnamiti, prossimi a sostenere degli esami, evitano di mangiare banane per la viscosità del frutto, poiché il verbo scivolare viene usato per indicare un fallimento. In Egitto porre delle forbici sotto il guanciale allontana i brutti sogni, ma guai a sforbiciare senza tagliare nulla: la sfortuna è assicurata.

E giungiamo nello stato americano del Vermont in cui, nei tempi passati, era diffusa la credenza popolare dell’esistenza delle streghe. In alcune cittadine è possibile imbattersi in case coloniche del XIX secolo costruite con le witch windows, finestre caratterizzate da una inclinazione di quarantacinque gradi che impedirebbe alle streghe di entrare in casa a cavallo delle loro scope.

Attraversiamo l’oceano e torniamo in Europa: in Romania porta male agli uomini offrire l’ultima sigaretta del proprio pacchetto, perché una superstizione del luogo prospetta il rischio di dover poi “dare in offerta la propria moglie”!

Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, Eduardo De Filippo.

Che dire poi delle superstizioni legate ai numeri? Molte persone, se possono, evitano di sedersi in tredici a tavola, come nell’Ultima Cena di Gesù, con Giuda tredicesimo commensale e traditore; altri temono il numero diciasette da una superstizione risalente all’antica Roma, in cui l’anagramma del corrispondente numero romano XVII corrisponde a VIXI, cioè vissi, dunque sono morto.

Ci potrebbero essere ancora tanti esempi, ma la domanda che sorge spontanea è: come mai ancora oggi, nel terzo millennio, si tende a credere a superstizioni legate ai secoli passati? Non per niente tali superstizioni e credenze popolari sono state tramandate di generazione in generazione, giunte fino ai giorni nostri e ancora sopravvivono.

Forse è il bisogno di certezze e di sicurezza che ci spinge talvolta, chi più chi meno, ad assecondare comportamenti superstiziosi, probabilmente si è spinti da un impulso psicologico insito in ciascuno di noi, in fondo toccare ferro o tenersi in tasca un bel cornetto rosso non comporta alcun problema e poi non costa nulla.

Non ci credo, non è vero, ma…

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