Il bisogno di tranquillità nell’era della fretta perpetua
Se c’è un aspetto della vita che oggi pare svanito nel nulla, sopravvissuto solo nei racconti dei nostri nonni o genitori, questo non può che essere il ritmo umano della quotidianità, trasformatosi in un vortice incontrollato che attira a sé ogni nostro sforzo teso a ottenere stabilità e tranquillità.
Siamo ridotti a meri esecutori di direttive, spinti unicamente dalla celere volontà di arrivare al giorno successivo.

Schiere di persone che tutte le mattine si dirigono verso il luogo di lavoro, a guisa di automi privati dell’anima ma non dell’aggressività, sempre pronti ad azzannarsi e a superarsi in una gara senza vincitori avente per meta la pentola d’oro alla base dell’arcobaleno. Se un tempo bambini e giovani giocavano a piedi scalzi sull’erba respirando aria pulita, oggi il contatto con la Natura viene presto reciso, poiché potrebbe risultare pericoloso per la loro salute, foriero di mali nascosti sotto ogni singolo stelo d’erba; e non v’è più tempo di attendere la stagione propizia per un determinato frutto, poiché è vitale consumarlo quanto prima, pur essendo esso cresciuto in una triste serra illuminata con luci artificiali, senza aver mai sfiorato il tepore del Sole o visto l’argentea danza delle fasi lunari che ne regola la crescita.
E se osserviamo il resto del Mondo, dove il suddetto processo di accelerazione è ormai fuori controllo, dove il concetto stesso di vita tranquilla è pressoché sconosciuto, viene da chiedersi che cosa possa spingere migliaia di giovani, e non solo, a fuggire dalle terre natie per inseguire la promessa di un rinnovamento, il quale li condurrà inevitabilmente a vivere in condizioni peggiori di quelle dei loro stessi bisnonni, ma con la certezza di possedere un abbonamento a qualche piattaforma da cui poter visionare l’ennesima attesissima serie televisiva.
Abbiamo oramai finito per considerare vita il nostro lavoro e il divertimento, dimenticandoci tuttavia della normalità, di tutte quelle strutture che costituiscono l’ossatura prima della Società. Viviamo divisi, separati dall’accidia e, anche quando proviamo a immedesimarci nell’altro, tendiamo a farlo per primeggiare o per dimostrare di essere più bravi degli altri.
La Via prosegue senza fine lungi dall’uscio dal quale parte. Ora la Via è fuggita avanti, devo inseguirla a ogni costo rincorrendola con piedi stanchi sin all’incrocio con una più larga dove si uniscono piste e sentieri. E poi dove andrò? Nessuno lo sa”, J. R. R. Tolkien, La via prosegue senza fine.
Eppure il bisogno di rallentare, di riequilibrarsi, chiama sempre, sebbene indossi vesti diverse dalla solita vacanza rigeneratrice, che pare quasi una fuga con un elastico legato al collo.
Si manifesta nel desiderio di tornare a vivere nelle campagne, lontano dalle spire delle città.
Non una massa incontrollata come quella che fugge accalcandosi, ma una lenta processione a piccoli gruppi, i quali gettano le radici nella terra e tentano goffamente di tornare in sintonia con il Mondo Vero, di cui avevano perduto la Memoria.
Per molti magari potrebbe sembrare un elogio della reazione, ma per altri il ritorno a una Vita Umana, vera e lontana da ciò che la Globalizzazione ci ha sempre dipinto come giusto.





