Quando il Cinema smette di raccontare
Il Cinema, veicolo di intrattenimento e distributore di emozioni, negli ultimi anni ha smesso di raccontare storie per iniziare a educare a proprio piacimento lo spettatore. Anche quando affrontava temi politici o sociali, lo faceva attraverso la mediazione della storia, non con la sovrapposizione di un messaggio esplicito.

Presto l’equilibrio si è crinato sotto la pressione di forze che vedono nel Cinema il mezzo d’istruzione e veicolo di verità assolute. Il nodo centrale del cambiamento è una lotta profonda tra narrazione e ideologia. L’evidente ma sottile dimostrazione di ciò è nei personaggi: nel vecchio Cinema i protagonisti erano caratterizzati da contraddizioni che portavano a errori ed evoluzioni del personaggio stesso; mentre in molte produzioni recenti questi sono costruiti solo per incarnare un valore preciso.
Con i Remake dei classici non si creano più nuovi messaggi ma si cambia ciò che è stato perché testimonianza di un metodo diverso d’intrattenimento. La Sirenetta, che da nordica è diventata afroamericana nel Live-Action, è uno dei tanti esempi che raccontano ciò: lo spettatore non si ricorda del messaggio del film ma solo di ciò che la casa di produzione ha scelto di trasmettere, ovvero l’inclusività.
Non è sbagliato voler includere o sensibilizzare ma è sbagliato farlo su storie nate per raccontare altro.
Siamo tutti stanchi del politically correct. Oggi siamo nel pieno della generazione “kiss-ass”, la generazione “pussy”: questo non si può dire, questo non si può fare, tutto è proibito. Altrimenti piovono accuse di razzismo”, Clint Eastwood.
La vera domanda è: si tratta di una nobile causa oppure è strategia? E qualora fosse una strategia, quale sarebbe il suo scopo ultimo?
Il Cinema, per tornare a essere grande e veicolo di libertà, deve essere arte e non catechismo. In un mondo dove si dice di volere pluralismo bisogna saper accettare anche ciò che è stato senza il bisogno di cambiarlo.





